Ginevra Bellandi capì che il freddo stava vincendo quando smise quasi di sentire le dita. La neve cadeva fitta tra i pini delle montagne piemontesi, cancellando lentamente il sentiero alle sue spalle. Non sapeva quanto avrebbe resistito ancora, ma sapeva che non poteva tornare a Valdombra.
Poche ore prima, gli abitanti del borgo l’avevano accompagnata oltre il vecchio ponte e le avevano ordinato di non rientrare. Da settimane circolavano voci sul suo conto. Qualcuno sosteneva che gli animali feriti diventassero stranamente tranquilli quando Ginevra li toccava. Altri ricordavano che riusciva a trovare pecore smarrite nel bosco senza conoscere le loro tracce.
Era bastato trasformare quelle coincidenze in paura.
«Strega», le avevano sussurrato.
Ginevra non aveva provato a convincerli. Aveva preso il suo mantello, un piccolo sacco di pane e aveva lasciato il paese. Adesso, però, il pane era finito e la tempesta aveva cancellato la strada verso valle.
Fu allora che udì un gemito.
Si fermò.
Il suono arrivò nuovamente da qualche parte sotto la neve, debole ma inconfondibile. Ginevra avrebbe dovuto continuare. Ogni minuto trascorso lì diminuiva le sue possibilità di trovare un rifugio.
Invece si inginocchiò.
Scavò con le mani finché scoprì alcune radici spezzate. Tra esse tremava un piccolo lupo dal pelo argentato. Una zampa era rimasta bloccata sotto un ramo, ma fortunatamente non sembrava gravemente ferita.
«Piano», mormorò Ginevra. «Non ti faccio male.»
Il cucciolo smise quasi immediatamente di agitarsi.
Ginevra spinse il ramo con entrambe le mani. Il legno cedette e il piccolo animale fu libero. Lei lo avvolse nel proprio mantello e lo strinse contro il petto.
«Se uno di noi deve tornare a casa», sussurrò, «spero sia tu.»
Poi appoggiò la schiena contro un pino e chiuse gli occhi.
Le tracce nella neve
A diversi chilometri di distanza, Cassiano Valeri cavalcava attraverso la tempesta con sei guardie della Corona Lunare. Era conosciuto come un sovrano difficile da impressionare, ma quella notte ogni traccia cancellata dalla neve gli stringeva lo stomaco.
Elio, suo nipote di tre anni, era scomparso due giorni prima durante il trasferimento della famiglia reale verso Roccaluna. Alcuni bracconieri avevano approfittato della confusione lungo una strada di montagna.
Cassiano non aveva dormito da allora.
Quando una guardia trovò una vecchia trappola abbandonata, il re scese immediatamente da cavallo. Accanto alla trappola c’erano minuscole impronte.
E altre più grandi.
«Qualcuno è passato di qui», disse la guardia.
Cassiano seguì le tracce fino a un enorme pino.
Si fermò.
Sotto i rami carichi di neve c’era una giovane donna immobile. Tra le sue braccia riposava il cucciolo argentato che Cassiano riconobbe immediatamente: Elio, come tutti i bambini della sua stirpe, poteva assumere quella forma quando aveva paura.
«Elio!»
Il piccolo aprì gli occhi.
Cassiano si precipitò accanto a loro. Elio era infreddolito, ma cosciente. La sconosciuta aveva invece il viso pallido e respirava appena.
«È stata lei a proteggerlo?» domandò.
Una guardia osservò il mantello avvolto intorno al bambino.
«Sembrerebbe di sì, Maestà.»
Cassiano prese delicatamente il polso della donna.
In quell’istante il vento cessò.
Non diminuì lentamente. Scomparve.
I rami sopra di loro rimasero immobili mentre la neve continuava a cadere. Una tenue luminosità argentata comparve sotto la pelle di Ginevra.
Una delle guardie fece un passo indietro.
«Maestà…»
Cassiano conosceva quel fenomeno soltanto attraverso antiche cronache. Per secoli era stato considerato una leggenda.
Poi Ginevra inspirò profondamente e aprì gli occhi.
«Il cucciolo…» mormorò. «È salvo?»
Cassiano rimase senza parole per qualche secondo.
«Sì. Grazie a te.»
Il segreto di Roccaluna
Ginevra si risvegliò la mattina seguente in una stanza calda del castello di Roccaluna. Attraverso le finestre vedeva montagne bianche e tetti di pietra coperti dalla neve.
Accanto al letto sedeva Cassiano.
«Dove sono?» chiese lei.
«Al sicuro.»
Ginevra si irrigidì quando riconobbe lo stemma reale sulla sua veste.
«Non sono una strega.»
Cassiano aggrottò la fronte.
«Chi ti ha detto che lo sei?»
Lei raccontò lentamente ciò che era accaduto a Valdombra. Cassiano ascoltò senza interromperla. Quando terminò, chiamò Lucia Ferrante, l’anziana custode degli archivi reali.
Lucia arrivò portando un enorme volume rilegato in pelle. Chiese a Ginevra di mostrarle la mano.
Sul palmo era comparso un piccolo simbolo argentato: una mezzaluna attraversata da un ramo.
Lucia trattenne il respiro.
«Non è un marchio di stregoneria.»
Aprì il manoscritto su un’illustrazione quasi scolorita.
«È il simbolo dei Custodi del Bosco.»
Secondo le cronache, secoli prima alcune persone possedevano una particolare sensibilità verso le creature legate alla Corona Lunare. Non comandavano gli animali e non potevano costringerli a obbedire. Semplicemente percepivano paura, dolore e pericolo con un’intensità sconosciuta agli altri.
«Perché io?» domandò Ginevra.
Lucia sorrise appena.
«Forse la domanda è perché nessuno se ne sia accorto prima.»
Cassiano rimase vicino alla finestra, pensieroso. Qualcosa, però, non tornava. Le accuse contro Ginevra erano iniziate improvvisamente proprio nelle settimane precedenti al rapimento di Elio.
Ordinò quindi un’indagine.
La verità nascosta nel borgo
Due giorni dopo arrivò la prima risposta. Le guardie avevano catturato uno dei bracconieri lungo il confine. Durante l’interrogatorio, l’uomo aveva ammesso di aver ricevuto informazioni sui percorsi reali da qualcuno residente a Valdombra.
Quando Cassiano riferì la notizia, Ginevra impallidì.
«Ho visto qualcosa.»
Ricordava una notte di alcune settimane prima. Tornando dalla casa di una donna anziana, aveva notato carri davanti a un fienile abbandonato. Uomini sconosciuti scaricavano casse e parlavano sottovoce.
Uno di loro l’aveva vista.
Il giorno seguente erano cominciate le voci sulla strega.
«Non volevano spaventarmi», comprese Ginevra. «Volevano che il paese mi mandasse via.»
Cassiano inviò magistrati e guardie nel borgo, ordinando che nessuno venisse accusato senza prove. L’indagine rivelò una piccola rete di contrabbando che utilizzava i sentieri montani e il vecchio fienile come deposito. Uno dei responsabili aveva alimentato deliberatamente le superstizioni contro Ginevra per screditarla prima che potesse raccontare ciò che aveva visto.
Quando gli abitanti scoprirono la verità, alcuni raggiunsero Roccaluna per chiederle perdono.
Ginevra li ascoltò nella grande sala del castello.
Avrebbe potuto umiliarli. Avrebbe potuto chiedere a Cassiano di punire chi aveva gridato più forte contro di lei.
Non lo fece.
«Voglio soltanto che la prossima persona diversa da voi non venga condannata prima di essere ascoltata.»
Nella sala calò un lungo silenzio.
Cassiano la osservò e comprese finalmente ciò che le antiche cronache avevano cercato di spiegare. Il dono di un Custode non era la luce argentata. Quella era soltanto una conseguenza.
Il vero dono era scegliere di proteggere quando sarebbe stato più facile voltarsi dall’altra parte.
Quando la foresta tornò a respirare
Passarono alcuni mesi. Ginevra decise di restare a Roccaluna, non come prigioniera né come curiosità della corte, ma come custode delle riserve montane. Aiutava i guardaboschi, curava animali feriti e studiava con Lucia tutto ciò che gli archivi conservavano sul suo antico dono.
Elio la cercava ogni mattina.
Un giorno Cassiano trovò entrambi nel giardino interno. Il bambino correva sulla neve mentre Ginevra rideva accanto a un giovane lupo argentato.
«Continua a seguirti», osservò Cassiano.
«Forse ricorda il mantello.»
«O forse ricorda chi gli ha dato il proprio calore quando non aveva più niente da offrire.»
Ginevra abbassò lo sguardo.
«Non sapevo che fosse tuo nipote.»
«È proprio questo il punto.»
Cassiano indicò il bosco oltre le mura. I pini ondeggiavano dolcemente sotto il vento del mattino.
«Quella notte non hai salvato un erede. Non hai salvato qualcuno perché poteva ricompensarti. Hai visto una creatura spaventata e hai deciso che meritava di tornare a casa.»
Ginevra osservò Elio correre verso di loro.
Per anni aveva creduto che essere diversa significasse essere sola. Adesso capiva che la caratteristica per cui era stata respinta era la stessa che le aveva aperto una strada nuova.
Cassiano le porse la mano.
Questa volta, quando Ginevra la prese, nessuna luce attraversò la foresta e nessun vento si fermò.
Non ce n’era bisogno.
Il bosco continuò semplicemente a respirare intorno a loro, mentre Ginevra comprendeva che quella notte sotto il pino non aveva trovato soltanto qualcuno da salvare.
Aveva trovato il luogo in cui, finalmente, non avrebbe più dovuto nascondere ciò che era.





