Quando Lidia arrivò davanti alla porta dell’appartamento con due valigie, sua sorella e i due ragazzi, Regina era già lì.
Il pianerottolo del quinto piano era illuminato dalla luce chiara del mattino che entrava dalla finestra delle scale. Per qualche secondo nessuno parlò. Si sentiva soltanto il rumore lontano dell’ascensore e il trascinarsi delle ruote di una valigia sul pavimento.
Lidia guardò Regina, poi la serratura.
«Dammi la chiave, Regina. E basta.»
Regina rimase accanto alla porta con il cappotto ancora chiuso. Nella mano destra teneva una piccola chiave nuova.
«Quella che hai tu non funziona più.»
La suocera abbassò gli occhi sulla vecchia chiave che stringeva tra le dita.
«Hai cambiato la serratura?»
«Ieri sera.»
Il volto di Lidia si irrigidì.
«Apposta?»
«Sì.»
Dietro di lei, Riccardo e suo fratello si scambiarono uno sguardo imbarazzato. Avevano poco più di vent’anni, zaini sulle spalle e l’espressione di chi aveva appena capito di essere finito in mezzo a una discussione che non gli apparteneva.
«Zia ci aveva detto che era tutto sistemato», disse Riccardo piano.
Regina si voltò verso di lui.
«Lo so. Non ce l’ho con voi.»
Lidia fece un passo avanti.
«Allora apri. I ragazzi devono soltanto restare un mese. Non capisco perché tu debba trasformare ogni cosa in una tragedia.»
Regina sentì quella parola arrivarle addosso con un peso particolare.
Tragedia.
Per Lidia era una porta chiusa, una stanza inutilizzata, un letto vuoto. Per Regina, dietro quella porta c’erano ancora le ultime settimane di sua madre, le telefonate del mattino, il profumo di sapone nel bagno, una tazza con una piccola crepa sul bordo e una coperta rimasta piegata esattamente come diciotto mesi prima.
«Non è una questione di spazio», disse.
«E di cosa allora?»
Prima che Regina rispondesse, si sentirono passi veloci sulle scale.
Vittorio comparve sul pianerottolo, leggermente senza fiato.
«Mamma.»
Lidia si voltò.
«Finalmente. Spiegale qualcosa tu.»
Ma Vittorio non guardò sua madre. Guardò Regina.
La sera precedente, dopo la discussione, sua moglie era uscita senza dire dove stesse andando. Era tornata quasi a mezzanotte, stanca e con gli occhi arrossati.
Lui aveva pensato che avesse pianto per la serratura, per l’appartamento o per sua madre.
Non sapeva ancora tutto.
La notte nell’appartamento
Regina era entrata nella casa materna poco dopo le nove.
Il fabbro aveva lavorato in silenzio, sostituendo il cilindro della porta. Quando aveva finito, le aveva consegnato tre nuove chiavi.
Regina ne aveva stretto una nel palmo e aveva chiuso la porta alle sue spalle.
Avrebbe potuto andarsene.
Invece era rimasta.
Aveva acceso la lampada nel soggiorno e si era seduta sul divano dove sua madre guardava ogni sera il telegiornale. Per qualche minuto aveva osservato la stanza immobile.
Sulla credenza c’erano ancora fotografie di famiglia. In una, Regina aveva diciassette anni e portava un vestito che detestava. Sua madre rideva accanto a lei.
Quella fotografia le fece venire voglia di piangere e sorridere contemporaneamente.
Poi ricordò perché era lì.
Cercava i documenti dell’appartamento.
Aprì il mobile basso vicino alla finestra, poi un cassetto dove sua madre conservava ricevute, bollette e fogli di ogni genere.
Sotto una cartellina trovò una busta color crema.
Sopra non c’era scritto niente.
Dentro c’erano tre fogli piegati.
Regina riconobbe immediatamente la grafia di sua madre.
Non era una lettera. Erano appunti.
Date, brevi frasi, nomi.
E più volte compariva quello di Lidia.
Regina lesse lentamente.
Un anno prima della morte, Lidia aveva chiesto a sua madre se una conoscente potesse usare temporaneamente l’appartamento.
Qualche mese dopo aveva proposto di depositare nella cantina alcuni mobili appartenenti a sua sorella.
In un’altra occasione aveva chiesto una copia permanente della chiave, sostenendo che sarebbe stata utile in caso di emergenza.
La madre di Regina aveva sempre risposto di no.
L’ultima annotazione era stata scritta con una grafia più tremante.
«Regina dovrà decidere da sola. Non deve sentirsi cattiva quando dice di no.»
Regina aveva riletto quella frase tre volte.
Poi si era seduta sul bordo del letto di sua madre.
Per diciotto mesi aveva evitato di cambiare quella stanza perché temeva che spostare le cose significasse cancellarla.
Quella notte capì qualcosa di diverso.
Sua madre non le aveva lasciato un museo.
Le aveva lasciato una casa e, soprattutto, la libertà di decidere cosa farne.
Una promessa fatta senza permesso
Sul pianerottolo, Regina aprì la borsa e tirò fuori i tre fogli.
«Prima di parlare dei ragazzi, voglio chiederti una cosa.»
Lidia guardò i fogli e impallidì appena.
«Cosa sono?»
«Appunti di mia madre.»
Il silenzio cambiò immediatamente consistenza.
Vittorio si avvicinò.
«Che appunti?»
Regina gli porse il primo foglio.
Lui lesse alcune righe e sollevò lentamente gli occhi verso sua madre.
«Le avevi già chiesto una chiave?»
Lidia strinse la borsa contro il fianco.
«Era per emergenza.»
«E le persone che volevi far stare qui?» chiese Regina.
«Non ho mai obbligato nessuno.»
«No. Ma hai continuato a chiedere finché mia madre ha sentito il bisogno di annotarlo.»
Lidia sembrò sul punto di rispondere, poi guardò i ragazzi.
Per la prima volta apparve davvero a disagio.
Riccardo fece un passo avanti.
«Signora Regina, possiamo trovare un’altra soluzione. Davvero.»
«Non dovete scusarvi voi.»
«Ma abbiamo comprato i biglietti perché pensavamo che lei fosse d’accordo.»
Regina annuì.
Fu Vittorio a voltarsi verso sua madre.
«Tu avevi detto anche a me che Regina praticamente aveva accettato.»
«Pensavo che avrebbe accettato!»
«Non è la stessa cosa.»
La frase uscì semplice, ma Regina la sentì come qualcosa che aspettava da molto tempo.
Vittorio non stava cercando di calmare tutti.
Non stava dicendo che sua madre era anziana, che non voleva fare del male o che si trattava soltanto di qualche settimana.
Stava finalmente riconoscendo il confine.
Lidia abbassò la voce.
«Volevo soltanto aiutare mia sorella.»
«Capisco», rispose Regina. «Ma aiutare qualcuno con qualcosa che appartiene a un’altra persona non è una decisione che puoi prendere da sola.»
La sorella di Lidia, rimasta quasi sempre in silenzio, le toccò delicatamente il braccio.
«Lidia, andiamo. I ragazzi troveranno un posto.»
Quella frase mise fine alla discussione più efficacemente di qualsiasi urlo.
La porta che Regina scelse di aprire
Nei giorni successivi, Vittorio contattò alcuni conoscenti e l’ufficio universitario che gestiva gli alloggi temporanei. I due ragazzi trovarono una stanza condivisa a poca distanza dalla facoltà.
Regina e Vittorio decisero di contribuire alle prime spese.
Non perché fossero obbligati, ma perché i ragazzi non avevano avuto alcuna responsabilità nella situazione.
Lidia rimase distante per quasi due settimane.
Poi una domenica telefonò.
«Posso venire a prendere un caffè?»
Regina esitò, ma disse di sì.
Quella volta Lidia arrivò senza torta, senza borse e senza programmi già organizzati.
Si sedette in cucina e fissò la tazza per qualche secondo.
«Ho sbagliato a promettere l’appartamento.»
Regina non rispose subito.
«Pensavo di risolvere un problema», continuò Lidia. «Sono abituata a decidere velocemente. A volte dimentico che decidere per gli altri non significa aiutarli.»
Non fu una grande riconciliazione. Nessuno pianse, nessuno si abbracciò.
Ma fu la prima conversazione sincera che ebbero da molto tempo.
Qualche settimana più tardi Regina tornò nell’appartamento di sua madre con alcune scatole.
Quella volta non si limitò a spostare gli oggetti da uno scaffale all’altro.
Conservò le fotografie, alcuni vestiti, la tazza scheggiata e il piccolo quaderno delle ricette.
Donò ciò che poteva essere utile ad altri.
Aprì le finestre.
Cambiò le lenzuola.
E alla fine rimase ferma davanti al letto.
Non sembrava più il letto dell’ultimo giorno.
Era semplicemente una stanza piena di ricordi.
Regina appoggiò sul comodino la fotografia di lei e sua madre a diciassette anni.
Poi prese la nuova chiave dalla tasca.
Per mesi aveva creduto che proteggere quella casa significasse impedire a chiunque di entrarvi.
Ora capiva che non era così.
Proteggerla significava poter scegliere.
Scegliere chi far entrare, quando cambiare qualcosa, cosa conservare e cosa lasciare andare.
Prima di uscire, Regina si voltò ancora una volta verso l’appartamento.
«Hai ragione, mamma», disse piano.
Poi chiuse la porta.
E per la prima volta da diciotto mesi, il rumore della serratura non le sembrò quello di qualcosa che finiva, ma di qualcosa che finalmente tornava ad appartenerle.





