La bufera era iniziata prima dell’alba, ma nessuno nella valle avrebbe potuto immaginare quanto sarebbe diventata feroce. Il vento colpiva le pareti della baita di Lorenzo Rinaldi con raffiche così forti da far vibrare i vetri delle finestre. La neve copriva già il sentiero, la stalla e persino il vecchio recinto degli animali.

Ginevra Bellini osservava dalla finestra con una mano appoggiata al davanzale. Da tre giorni il cielo aveva lo stesso colore pallido e il mondo sembrava essersi ridotto a una distesa bianca senza confini.

Dentro la baita, il fuoco continuava a bruciare.

Ma Lorenzo non era tornato.

Ginevra si voltò verso l’orologio. Erano passate ore da quando suo marito aveva indossato il pesante cappotto ed era uscito per controllare il tetto della stalla. Prima di partire aveva detto soltanto che sarebbe tornato presto.

Lei conosceva ormai abbastanza bene la montagna da sapere che quelle parole non significavano nulla.

Prese una corda robusta, avvolse una coperta intorno alle spalle e si avvicinò alla porta.

Per un istante rimase immobile.

Ricordò il giorno in cui era arrivata in quella valle.

Aveva stretto tra le mani un vecchio nastro verde mentre aspettava Lorenzo alla piccola stazione. Era arrivata con una grande valigia e poche speranze. L’uomo che avrebbe dovuto diventare suo marito l’aveva guardata dalla testa ai piedi e aveva immediatamente deciso che non era la donna che desiderava.

«L’agente matrimoniale mi aveva promesso una donna capace di affrontare la montagna», aveva detto freddamente.

Ginevra aveva inghiottito la vergogna.

«Dammi l’inverno», aveva risposto. «Se sarò davvero un peso, me ne andrò in primavera.»

Lorenzo aveva accettato soltanto perché il matrimonio era già stato organizzato. Aveva chiarito che non provava alcuna attrazione per lei e che non desiderava condividere con lei la propria vita più del necessario.

Ginevra, invece di discutere, aveva cominciato a lavorare.

Ogni mattina portava l’acqua dalla sorgente, preparava la legna, accudiva gli animali e cucinava. Le sue mani si erano presto riempite di piccoli tagli e screpolature. Nessuno, però, l’aveva mai sentita lamentarsi.

Lorenzo continuava a trattarla con distanza.

Un giorno, un vicino era passato dalla baita e aveva fatto una battuta crudele sul suo aspetto. Ginevra aveva guardato Lorenzo, aspettando che dicesse qualcosa.

Lui era rimasto in silenzio.

Quella sera Ginevra era uscita nella neve. Sotto un vecchio larice aveva trovato una croce quasi completamente nascosta dal ghiaccio.

Elena Rinaldi.

La prima moglie di Lorenzo.

Quelle poche parole incise nel legno le avevano fatto comprendere ciò che prima non riusciva a vedere. Lorenzo non temeva soltanto la vita sulla montagna. Temeva di affezionarsi a qualcuno e di perderlo di nuovo.

Ginevra era tornata alla baita senza più cercare la sua approvazione.

Quando la bufera aveva colpito la valle, Lorenzo aveva continuato a comportarsi come sempre. Aveva controllato la stalla, assicurato gli animali e verificato le strutture prima di uscire nella tormenta.

Ma quella volta non era tornato.

Ginevra aprì la porta.

Il vento la colpì immediatamente. La neve le arrivava quasi alla vita e rendeva ogni passo una lotta. Legò la corda a un robusto sostegno della baita e avanzò lentamente, seguendo il percorso che Lorenzo aveva utilizzato.

Chiamò il suo nome più volte.

Nessuna risposta.

Continuò.

Dopo quasi un’ora vide qualcosa emergere dalla neve vicino a un gruppo di abeti spezzati.

Era Lorenzo.

Un grosso ramo era caduto vicino a lui e lo aveva immobilizzato. Non sembrava ferito gravemente, ma era privo di sensi.

Ginevra si inginocchiò accanto a lui.

«Lorenzo, mi senti?»

Nessuna risposta.

Con le mani tremanti liberò lentamente la neve intorno al suo corpo. Non aveva abbastanza forza per trascinarlo direttamente, così utilizzò la corda e costruì un sistema improvvisato, proprio come aveva visto fare a Lorenzo quando trasportava la legna lungo i pendii.

Fu un lavoro lento e disperato.

Ogni metro sembrava durare un’eternità.

Quando finalmente raggiunse la baita, Ginevra era esausta. Chiuse la porta, alimentò immediatamente il fuoco e sistemò Lorenzo vicino alla stufa.

Per qualche minuto sembrò che la situazione fosse sotto controllo.

Poi arrivò la febbre.

La fronte di Lorenzo diventò bollente e il suo respiro si fece irregolare. Ginevra corse verso la grande valigia che lui aveva deriso il giorno del suo arrivo.

Non era piena di vestiti.

Dentro c’erano piccoli barattoli di vetro, erbe essiccate, radici, corteccia di salice e gli strumenti che Ginevra aveva imparato a usare nella bottega del padre speziale.

Per tutta la notte rimase accanto al letto.

Preparò rimedi, cambiò le pezze fresche sulla fronte di Lorenzo, controllò il fuoco e gli diede acqua quando riusciva a bere.

Fuori, la tempesta continuava a infuriare.

Dentro, Ginevra combatteva una battaglia silenziosa.

All’alba Lorenzo aprì appena gli occhi.

«Perché sei ancora qui?» mormorò.

Ginevra lo guardò.

«Perché eri malato.»

Lorenzo rimase in silenzio.

«Dopo tutto quello che ti ho detto?»

Ginevra abbassò lo sguardo verso le proprie mani.

«Non ho bisogno che tu mi scelga per sapere quanto valgo.»

Quelle parole rimasero nella stanza più a lungo di qualsiasi altra cosa.

Nei due giorni successivi la febbre diminuì lentamente. Lorenzo recuperò abbastanza forza da sedersi vicino alla stufa, mentre Ginevra continuava a occuparsi della casa e degli animali.

Per la prima volta, però, Lorenzo iniziò a osservare davvero la donna che aveva giudicato il giorno del suo arrivo.

Vide il modo in cui aveva organizzato le provviste.

Vide la legna accatastata con ordine.

Vide gli animali nutriti e al sicuro.

Vide i medicinali preparati con cura.

E comprese qualcosa che gli fece male.

Ginevra non aveva mai avuto bisogno di dimostrare di essere abbastanza forte per quella montagna.

Era stata forte dal primo giorno.

Una settimana dopo, Lorenzo riuscì a uscire dalla baita con un bastone. La neve cominciava finalmente a cedere sotto i primi raggi del sole.

Camminò fino alla vecchia croce di Elena.

Rimase lì a lungo.

Poi tornò a casa.

Ginevra stava sistemando alcuni barattoli sullo scaffale quando lo vide entrare.

Lorenzo aveva qualcosa tra le mani.

Era il vecchio nastro verde che lei aveva portato con sé il giorno del loro incontro.

«L’ho trovato tra le tue cose», disse.

Ginevra lo prese senza rispondere.

«Ho passato mesi a chiedermi se tu fossi abbastanza forte per vivere qui», continuò Lorenzo. «Non mi sono mai chiesto se fossi io quello che aveva bisogno di imparare qualcosa.»

Ginevra lo guardò con cautela.

«E cosa avresti imparato?»

Lorenzo inspirò lentamente.

«Che una persona non può essere giudicata dal modo in cui appare quando entra dalla porta. E che il dolore non giustifica il modo in cui trattiamo chi cerca di starci accanto.»

Ginevra rimase in silenzio.

«Non posso cancellare quello che ho fatto», disse Lorenzo. «Ma posso smettere di chiederti di dimostrarmi qualcosa.»

Lei strinse il nastro verde tra le dita.

Fuori, la valle era ancora coperta di neve, ma il cielo aveva finalmente iniziato a schiarirsi.

Il loro matrimonio era cominciato con un rifiuto, era sopravvissuto al silenzio e aveva trovato una possibilità proprio nel momento in cui tutto sembrava perduto.

Ginevra non sapeva ancora se avrebbe potuto amare di nuovo quell’uomo senza paura. Lorenzo non sapeva se avrebbe meritato una seconda possibilità.

Ma quella mattina, per la prima volta, nessuno dei due guardò la porta pensando a quando l’altro se ne sarebbe andato.

Rimasero semplicemente lì, insieme, mentre la luce tornava lentamente sulla montagna.

In tendenza