La sala da pranzo di Villa Valdombra era così silenziosa che Beatrice Rinaldi riusciva a sentire la pioggia scivolare sui vetri alti. Era sposata da appena nove ore e già aveva capito che il marito non era affatto l’uomo descritto dalle voci.

Il duca Lorenzo di Montefalco sedeva all’estremità del lungo tavolo di noce, vestito di nero, con una mano appoggiata al bastone. Una fila di candele illuminava appena il suo volto. Lo sfregio che, secondo le storie raccontate nei salotti aristocratici, gli attraversava la guancia sembrava ancora più terribile sotto quella luce studiata.

Beatrice, però, non guardava la cicatrice. Guardava il bordo del colore.

Da anni aveva lavorato in una farmacia di Firenze, imparando a riconoscere un unguento, una tintura, una resina e perfino un pigmento economico. Quello che copriva la guancia del duca aveva un odore preciso: cera d’api, fuliggine, resina e alcool. Non era carne segnata. Era trucco.

La giovane duchessa assaggiò la zuppa, ormai fredda, poi posò lentamente il cucchiaio.

«Vostra Grazia.»

Lorenzo sollevò gli occhi.

«Vostra Grazia?»

Beatrice sostenne il suo sguardo.

«Il vostro sfregio è falso.»

Per un istante nessuno si mosse.

La governante, i due domestici e la vecchia marchesa seduta vicino al camino sembrarono trasformarsi in statue. Lorenzo rimase immobile, ma nei suoi occhi comparve qualcosa che Beatrice non aveva ancora visto: sorpresa autentica.

«Vi prego di ripetere ciò che avete detto.»

«Ho detto che avete usato una vernice pessima.»

Beatrice si alzò. Prese il fazzoletto di lino che aveva accanto al piatto, lo bagnò con un poco d’acqua e attraversò la sala.

La leggenda avrebbe voluto che una donna, vedendo il volto del duca da vicino, indietreggiasse terrorizzata. Beatrice fece esattamente il contrario.

Si fermò davanti a lui.

«Se intendete spaventarmi, dovrete impegnarvi di più.»

Lorenzo strinse la mascella.

«Nessuno vi ha autorizzata a toccarmi.»

«Nessuno mi ha autorizzata a sposarvi, eppure eccoci qui.»

Prima che potesse rispondere, Beatrice sfiorò la sua guancia con il fazzoletto.

La cicatrice si sciolse.

Una traccia scura rimase sul lino e una parte del terribile segno scomparve. Sotto il pigmento apparve la pelle naturale del duca, liscia e segnata soltanto da una piccola linea quasi impercettibile.

Un bicchiere tintinnò sul tavolo.

Lorenzo portò lentamente una mano alla guancia.

«Che cosa avete fatto?»

«Ho corretto il vostro lavoro.»

Per la prima volta quella sera, qualcuno rischiò di ridere. La governante si coprì la bocca, mentre Lorenzo la fissava con un’espressione indecifrabile.

Beatrice tornò al suo posto.

«Potete smettere di recitare.»

«Non sapete nulla di me.»

«So che lo sfregio è falso. So che il vostro bastone non vi serve sempre. So che usate le ombre e le candele per sembrare più minaccioso. E so che avete scelto una moglie che non aveva motivo di rifiutare il matrimonio.»

Quella frase cancellò ogni traccia di ironia dal volto di Lorenzo.

Beatrice abbassò lo sguardo.

Il matrimonio era nato da necessità, non da desiderio. La sua famiglia aveva attraversato anni difficili dopo due cattivi raccolti e la chiusura della piccola attività paterna. Lorenzo, invece, doveva rispettare le condizioni di un antico lascito. Una parte delle sue terre e dei suoi fondi era destinata a sostenere una clinica per le famiglie povere della zona, ma il testamento stabiliva che il ducato dovesse avere una duchessa legalmente riconosciuta.

Nessuno dei due aveva avuto davvero scelta.

«Perché fingete di essere un uomo tanto terribile?» domandò Beatrice.

Lorenzo rimase in silenzio.

Poi si tolse lentamente il guanto destro.

«Perché funziona.»

Beatrice lo osservò.

«Non è una risposta.»

«È la sola risposta che posso darvi questa sera.»

«Allora datemi quella vera domani.»

Il duca la fissò a lungo. Non sembrava più arrabbiato. Sembrava stanco.

«Undici donne sono venute qui prima di voi.»

«Lo so.»

«Tutte hanno sentito le stesse storie. Tutte hanno visto lo stesso volto. Alcune hanno avuto paura. Altre hanno cercato di nasconderla. Nessuna è rimasta.»

«E voi le avete lasciate andare?»

«Ho fatto in modo che lo desiderassero.»

Beatrice comprese allora che la crudeltà del duca non era stata soltanto una leggenda raccontata dagli altri. Era una barriera costruita con attenzione.

«Avete paura di essere sposato?» chiese.

Lorenzo distolse lo sguardo verso le finestre.

«Ho paura di essere conosciuto.»

Quella confessione, pronunciata quasi sottovoce, colpì Beatrice più di qualsiasi cicatrice.

Prima che potesse rispondere, Lorenzo prese un piccolo foglio piegato accanto al piatto.

Era chiuso con ceralacca verde.

«Cos’è?» domandò Beatrice.

Il duca impallidì.

«Non toccatelo.»

Naturalmente, Beatrice lo toccò.

«Se mi dite di non farlo, diventa immediatamente interessante.»

«Questa non è una delle vostre farmacie.»

«E voi non siete il mostro dei racconti.»

Il silenzio tornò nella sala.

Lorenzo chiuse gli occhi per un momento, poi annuì.

«Apritelo.»

Beatrice spezzò il sigillo.

Dentro c’era una sola frase: La nuova duchessa non è stata scelta per caso. Cercate nel vecchio laboratorio prima che lo faccia lui.

Beatrice rilesse quelle parole.

«Chi è lui?»

«Mio cugino Matteo.»

La voce di Lorenzo era cambiata. Non c’era più alcuna teatralità.

«Da mesi sospetto che qualcuno stia cercando di appropriarsi dei fondi destinati alla clinica. Ma non avevo prove.»

«E il laboratorio?»

«È rimasto chiuso da quando mio padre morì.»

Beatrice si alzò.

«Allora andiamo.»

«Adesso?»

«Prima che arrivi vostro cugino.»

Il duca la guardò con incredulità.

«Voi siete sempre così?»

«Soltanto quando qualcuno cerca di nascondere qualcosa davanti al mio naso.»

Attraversarono insieme il corridoio orientale della villa. Lorenzo camminava con il bastone, questa volta senza alcuna esagerazione. Beatrice non fece domande sulla gamba. Aveva capito che quella parte della sua storia era reale e che il dolore non aveva bisogno di essere dimostrato.

Il vecchio laboratorio si trovava dietro una porta di legno scuro. La serratura cedette dopo diversi tentativi.

Dentro, l’aria sapeva di polvere e lavanda secca.

Beatrice accese una lampada.

Su uno scaffale trovarono vecchi registri. Lorenzo ne aprì uno e rimase immobile.

Le pagine riportavano pagamenti destinati alla clinica, ma accanto a diverse somme comparivano firme che non appartenevano agli amministratori ufficiali.

Beatrice prese un secondo registro.

«Guardate qui.»

Una serie di ricevute conduceva direttamente a una società controllata da Matteo.

Il duca chiuse gli occhi.

«Finalmente.»

Non c’era trionfo nella sua voce. Solo sollievo.

La mattina seguente, i documenti furono presentati agli amministratori della tenuta. Matteo tentò di negare, ma le registrazioni contabili erano troppo precise per essere ignorate.

La clinica rimase aperta.

Il denaro tornò sotto il controllo del ducato.

E Lorenzo smise lentamente di nascondersi dietro il volto che aveva costruito.

Quella sera tornò nella sala da pranzo. Il tavolo era apparecchiato nello stesso modo della sera precedente, ma questa volta le candele illuminavano interamente il suo viso.

Beatrice sedeva vicino alla finestra.

Lorenzo posò il bastone contro la sedia.

«Avete distrutto la mia reputazione in meno di un minuto.»

Lei sorrise.

«No. Ho soltanto pulito il vostro viso.»

Lorenzo rise.

Era una risata vera, libera, senza amarezza.

Beatrice capì allora che la cicatrice non era mai stata la parte più importante della sua storia. Il vero segreto era la paura di essere visto per ciò che era davvero.

Forse il matrimonio nato come un accordo avrebbe potuto diventare qualcosa di diverso. Non perché una leggenda fosse stata cancellata, ma perché due persone avevano finalmente smesso di nascondersi l’una dall’altra.

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