Quando Matteo aprì gli occhi, il bosco aveva già cambiato colore. La luce chiara del pomeriggio era diventata un velo dorato tra gli abeti, e sotto i rami più bassi cominciavano ad allungarsi ombre fredde. Per qualche secondo il bambino rimase immobile, incapace di ricordare perché fosse rannicchiato sulla terra umida.

Poi sentì qualcosa sfiorargli la guancia.

Una gatta nera, magra e spettinata, lo osservava con enormi occhi gialli. Gli aveva appoggiato una zampa sul viso e adesso sembrava aspettare una risposta.

«Micia?» sussurrò Matteo.

La gatta fece un piccolo verso e si avvicinò. Matteo la strinse immediatamente. Aveva quattro anni, le mani sporche e le guance rigate dalle lacrime, ma quando sentì le fusa vibrare contro il petto riuscì finalmente a respirare senza singhiozzare.

Quella mattina era arrivato nel bosco con sua madre Elena. Avevano una cesta di vimini, panini avvolti nella carta e una missione importantissima: trovare abbastanza funghi per la cena.

«Guarda questo porcino, Matteo!» aveva esclamato Elena. «Stasera patate e funghi.»

Matteo ricordava perfettamente quella frase. Ricordava anche una farfalla chiara passata davanti al suo naso.

L’aveva seguita.

Prima per pochi passi, poi ancora un poco.

Quando si era voltato, sua madre era scomparsa.

Aveva chiamato. Aveva corso. Aveva persino tentato di arrampicarsi su un albero per guardare più lontano, ma i pantaloni scivolavano sulla corteccia. Alla fine si era rannicchiato sotto un grande abete e la stanchezza aveva vinto sulla paura.

Ora, però, c’era quella gatta.

Matteo non poteva sapere che anche lei conosceva l’abbandono. Settimane prima qualcuno l’aveva lasciata vicino alla strada forestale. Da allora aveva imparato a trovare riparo, acqua e piccoli bocconi di cibo.

Quando si alzò e cominciò ad avanzare, Matteo la seguì.

«Aspettami, Micia.»

La gatta procedeva lentamente, quasi controllando che il bambino riuscisse a superare radici e cespugli. Poi, davanti a un intrico di rovi, si bloccò improvvisamente.

Un secondo guardiano

Dal fogliame arrivò un fruscio.

Matteo si fermò.

Comparve un cane grande e magrissimo, con il pelo grigio macchiato di marrone e un vecchio collare consumato. La gatta inarcò la schiena. Il cane la fissò, poi guardò il bambino.

Matteo tese lentamente una mano.

«Ciao, cagnolone.»

Il cane abbassò la testa, annusò quelle dita minuscole e gli diede una rapida leccata.

Matteo rise.

Fu una risata breve, ma nel silenzio del bosco sembrò enorme.

Quella sera il bambino si sistemò nuovamente sotto l’abete. La temperatura scese rapidamente. Senza che nessuno glielo chiedesse, il cane si sdraiò dietro la sua schiena. La gatta si accoccolò contro il petto.

Matteo chiuse gli occhi fra due creature che fino a poco tempo prima non avevano avuto nessuno.

Fuori dal bosco, invece, Elena continuava a chiamare suo figlio.

Quando aveva capito che Matteo non era più dietro di lei, aveva lasciato cadere la cesta. Aveva percorso il sentiero gridando il suo nome finché un altro escursionista aveva chiamato i soccorsi.

Quella sera arrivò anche Lorenzo, il padre di Matteo.

«Lo troviamo», continuava a ripetere.

Elena annuiva, ma non riusciva a parlare.

Volontari e soccorritori controllarono sentieri, radure e zone più fitte. Ogni volta che qualcuno pronunciava il nome di Matteo, Elena sollevava la testa sperando di vedere suo figlio comparire tra gli alberi.

Ma la prima notte passò.

Poi arrivò il giorno successivo.

Nel bosco, intanto, Matteo aveva trasformato i due animali nei suoi compagni inseparabili. Il cane esplorava i dintorni e tornava sempre. La gatta rimaneva più vicina. Il bambino raccoglieva ciò che riconosceva e conservava rametti e foglie asciutte sotto l’abete.

Parlava continuamente.

«Quando torniamo a casa, chiedo alla mamma se potete venire anche voi.»

La gatta socchiudeva gli occhi.

«Però dice sempre che gli animali in appartamento fanno confusione.»

Il cane appoggiava il muso sulle zampe.

«Io glielo chiedo lo stesso.»

Le giornate diventarono una strana misura del tempo. Luce significava camminare, cercare un punto conosciuto, ascoltare. Buio significava tornare sotto l’abete e stringersi insieme.

Matteo aveva paura soprattutto quando sentiva rumori lontani. In quei momenti appoggiava una mano sulla gatta e l’altra sul cane.

«Papà dice che quando hai paura devi pensare a qualcosa che ami.»

Lui pensava alla cucina di casa. Alla voce della mamma. Alla mano grande di suo padre. E adesso pensava anche ai suoi nuovi amici.

L’ottavo mattino

All’alba dell’ottavo giorno, il cane si alzò di colpo.

Le orecchie si tesero.

In lontananza c’era qualcosa.

Voci.

Il cane corse attraverso gli alberi.

«Torna!» gridò Matteo.

La gatta rimase accanto al bambino.

Un volontario che percorreva un sentiero sentì improvvisamente abbaiare. Vide il cane comparire fra gli alberi, fermarsi e poi ripartire.

«Ehi!»

L’animale si voltò.

Fece pochi metri e si fermò ancora.

L’uomo chiamò gli altri.

«Seguitemi. Questo cane vuole portarci da qualche parte.»

Quando raggiunsero l’abete, videro prima la gatta nera. Poi una piccola figura seduta fra le radici.

«Matteo?»

Il bambino alzò lentamente il viso.

«Avete visto la mia mamma?»

Quelle parole attraversarono il bosco più velocemente di qualsiasi altra cosa.

Poco dopo Lorenzo arrivò correndo. Si inginocchiò davanti al figlio e lo abbracciò senza riuscire a pronunciare una frase intera.

«Papà, piano», mormorò Matteo. «C’è Micia.»

Lorenzo rise e pianse nello stesso momento.

Quando Elena arrivò, Matteo riconobbe la sua voce prima ancora di vederla.

«Mamma!»

Lei lo raggiunse e gli prese il viso fra le mani.

«Sono qui. Sono qui, amore mio.»

Matteo si aggrappò al suo collo.

Poi, improvvisamente, si voltò.

La gatta era rimasta vicino all’albero. Il cane osservava tutti da qualche metro di distanza.

«Mamma, vengono anche loro.»

Elena guardò Lorenzo.

In un’altra giornata avrebbero probabilmente risposto automaticamente. Per anni avevano spiegato al figlio che un animale significava responsabilità, spazio, tempo. Due animali erano semplicemente impensabili.

Quella mattina, però, Elena osservò il pelo sporco della gatta e il corpo magro del cane. Poi guardò suo figlio.

«Sì», disse.

Matteo spalancò gli occhi.

«Tutti e due?»

Lorenzo si chinò verso il cane.

«Tutti e due.»

La promessa mantenuta

Prima di arrivare davvero a casa, naturalmente, ci furono controlli, visite e giorni di pazienza. Anche i due animali vennero affidati alle cure necessarie. Nessuno sapeva da quanto tempo fossero soli.

Matteo, invece, sapeva già come chiamarli.

La gatta diventò Ombra.

Il cane diventò Bosco.

Quando finalmente entrarono nell’appartamento della famiglia, Ombra ispezionò ogni stanza con l’aria severa di chi doveva approvare personalmente la nuova sistemazione. Bosco rimase inizialmente vicino alla porta.

Matteo gli si sedette accanto.

«Non devi andare via.»

Il cane lo guardò.

«Questa è casa anche tua.»

Con il passare delle settimane Bosco recuperò peso. Ombra scoprì il piacere di dormire sul termosifone. Matteo, invece, continuò a pretendere che entrambi fossero presenti durante le costruzioni con i mattoncini, le merende e le favole della sera.

Una notte Elena aprì piano la porta della cameretta.

Matteo dormiva profondamente. Ombra era accoccolata vicino al suo cuscino. Bosco occupava il tappeto ai piedi del letto, con il muso rivolto verso il bambino.

Lorenzo raggiunse sua moglie sulla soglia.

«Ricordi quando dicevamo che non avremmo mai avuto animali?» sussurrò.

Elena sorrise.

«Me lo ricordo.»

Rimasero qualche istante in silenzio.

Otto giorni avevano cambiato molte cose. Matteo aveva scoperto che il coraggio poteva avere quattro zampe, occhi gialli e un vecchio collare. Elena e Lorenzo avevano capito che a volte una casa non diventa più piccola quando qualcuno entra: semplicemente trova spazio per un legame nuovo.

Elena sistemò meglio la coperta sul figlio.

Ombra aprì un occhio, la osservò e tornò a dormire.

«Tranquilla», bisbigliò Elena. «Adesso ci pensiamo noi.»

Era una promessa rivolta alla gatta, al cane e forse anche al bambino che dormiva fra loro.

Quella notte nessuno dovette cercare nessuno. Matteo era nel suo letto, Bosco ai suoi piedi, Ombra accanto al cuscino e i suoi genitori sulla porta.

Tre creature che nel bosco si erano incontrate quando avevano più bisogno l’una dell’altra erano finalmente al sicuro nello stesso posto.

E per Matteo quella fu la parte più importante: i due amici che lo avevano accompagnato quando non riusciva a ritrovare la strada non sarebbero rimasti indietro proprio nel momento in cui lui aveva finalmente ritrovato casa.

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