La pioggia cadeva sul Deserto di Vetro come se il cielo avesse aspettato cento anni proprio quel momento.

Mira Valenti sentiva le gocce scivolarle sul viso, ma non riusciva ancora a capire se stesse sognando. Pochi minuti prima era convinta che sarebbe morta accanto alle rovine dell’antico santuario. Aveva ceduto la sua ultima acqua a un piccolo drago argentato, lo aveva liberato dal collare che lo imprigionava e poi aveva semplicemente chiuso gli occhi.

Adesso un uomo sconosciuto era inginocchiato davanti a lei.

Indossava abiti scuri da cavaliere, finemente lavorati, e dietro di lui decine di soldati aspettavano sotto la pioggia con espressioni incredibilmente tese.

La mano nuda dell’uomo era ancora appoggiata alla sua guancia.

«Non brucia», mormorò lui.

Mira aggrottò la fronte.

«Cosa?»

Il capitano alle sue spalle fece un passo avanti. «Maestà, allontanatevi.»

Fu quella parola a farle comprendere tutto.

Maestà.

L’uomo davanti a lei era re Evandro Bellini, sovrano della Corona delle Tempeste.

Mira aveva sentito raccontare molte storie su di lui. La più famosa riguardava la Maledizione della Corona Ardente: secondo la leggenda, dalla nascita nessun essere umano poteva toccare direttamente la pelle del re senza provare un calore insopportabile.

Per questo Evandro portava sempre i guanti.

Eppure stava toccando lei.

E non accadeva nulla.

Il simbolo sotto il marchio

Il piccolo drago si mosse tra le braccia di Mira e appoggiò il muso sul suo polso. Il marchio del sole nero che gli abitanti di Rocca Bianca le avevano impresso quella mattina sembrò dissolversi sotto una luce argentea.

Al suo posto comparve un simbolo delicato, simile a una goccia circondata da sottili raggi.

Evandro impallidì.

«Dove hai ricevuto quel simbolo?»

«Non l’ho mai visto prima.»

Il re sembrò volerle credere, ma qualcosa nei suoi occhi tradiva paura.

«Io sì.»

Mira strinse il cucciolo al petto.

Un ricordo lontano le attraversò la mente: sua madre che chiudeva le imposte durante un temporale, una collana d’argento nascosta sotto il vestito, una ninna nanna che parlava di donne capaci di ascoltare le nuvole.

Poi ricordò l’ultima notte in cui l’aveva vista.

Uomini a cavallo.

Una carrozza davanti alla loro casa.

La voce di sua madre che le ordinava di nascondersi.

Mira guardò Evandro.

«Tuo padre ha ucciso mia madre.»

Il silenzio durò appena un secondo.

Qualcosa attraversò l’aria e colpì la sabbia a pochi passi da loro.

Era una freccia con un messaggio legato all’asta.

Il capitano Lorenzo lo raccolse e lesse. Il suo volto cambiò immediatamente.

«Da dove viene?» domandò Evandro.

«Dal palazzo.»

Il capitano esitò prima di consegnargli il foglio.

L’ordine era breve: la Custode della Pioggia era stata trovata. Doveva essere riportata alla capitale prima dell’alba, insieme al drago. Ogni prova riguardante il santuario doveva scomparire.

Evandro riconobbe il sigillo del cardinale Matteo Orsini, consigliere della corona fin dai tempi di suo padre.

Il re ripiegò lentamente il messaggio.

«Torniamo al palazzo.»

Mira indietreggiò.

«Non verrò con te.»

«Se resto qui, chi ha mandato questa freccia manderà altri uomini.»

«E dovrei sentirmi più sicura nel tuo palazzo?»

Evandro non cercò di convincerla con una promessa.

Si tolse invece l’altro guanto e glielo porse.

«Tienilo. Se tenterò di costringerti, potrai ricordarmi che oggi sei stata tu a spezzare qualcosa che la mia famiglia non è riuscita a comprendere per generazioni.»

La stanza che nessuno doveva aprire

La fortezza reale sorgeva tra colline di pietra chiara, uliveti e cipressi. Mira vi entrò poco prima dell’alba, ancora con il drago addormentato tra le braccia.

Evandro non la condusse nelle stanze degli ospiti.

Scese con lei sotto la cappella più antica.

Dietro una porta di ferro esisteva una camera che il precedente sovrano aveva proibito persino a suo figlio di visitare.

Sulle pareti erano dipinte figure femminili circondate da draghi argentati e nuvole cariche di pioggia.

Mira si avvicinò a un affresco.

Il respiro le mancò.

Una delle donne aveva il volto di sua madre.

«Elena», sussurrò.

Evandro aprì un vecchio armadio e trovò registri sigillati con lo stemma di suo padre.

Lessero per quasi un’ora.

La versione ufficiale raccontava che i Custodi della Pioggia avessero tradito la corona due secoli prima. I documenti nascosti raccontavano invece una storia diversa.

La loro stirpe proteggeva i Draghi della Tempesta e impediva alla monarchia di sfruttarne il potere.

Generazioni prima, alcuni uomini di corte avevano costruito collari capaci di controllare quelle creature. Quando i Custodi si erano opposti, erano diventati nemici del regno.

Elena Valenti aveva scoperto che il sistema non era mai stato realmente abbandonato.

Il piccolo drago salvato da Mira ne era la prova.

«Mio padre sapeva tutto», disse Evandro.

Mira chiuse il registro.

«Sapere non significa necessariamente aver dato l’ordine.»

Evandro la fissò, sorpreso.

«Dopo ciò che la mia famiglia ti ha fatto, mi stai offrendo il beneficio del dubbio?»

«Sto dicendo che voglio la verità. Non un’altra persona da odiare.»

In quel momento la porta si aprì.

Il cardinale Orsini entrò accompagnato da quattro guardie.

Guardò Mira, poi il drago.

«Finalmente.»

La scelta del re

Orsini non tentò nemmeno di negare l’esistenza dei documenti.

Spiegò che il regno aveva attraversato siccità, carestie e rivolte. Secondo lui, controllare i draghi significava proteggere migliaia di persone dall’incertezza delle stagioni.

«Vostro padre comprese ciò che voi ancora rifiutate di capire», disse a Evandro. «Un sovrano non può affidare il destino del proprio popolo alla bontà delle nuvole.»

«E per questo avete perseguitato i Custodi?»

«Abbiamo protetto la corona.»

Mira guardò il piccolo drago.

«No. Avete trasformato la paura in una catena.»

Orsini ordinò alle guardie di arrestarla.

Nessuno si mosse.

Il capitano Lorenzo apparve sulla soglia con altri ufficiali. Aveva mostrato loro il messaggio trovato nel deserto e i registri erano ormai nelle mani di abbastanza persone da non poter essere nuovamente nascosti.

Evandro si avvicinò al cardinale.

«Da oggi nessun ordine della corona potrà cancellare questi documenti.»

Orsini abbassò lentamente lo sguardo.

Mira si aspettava che Evandro le chiedesse quale punizione desiderasse.

Invece fu lui a domandarle: «Che cosa vuoi che accada?»

Lei pensò agli abitanti di Rocca Bianca che l’avevano cacciata. Pensò alla madre scomparsa e agli anni trascorsi senza sapere perché. Pensò al cucciolo che aveva bevuto la sua ultima acqua senza conoscere il prezzo di quel gesto.

«Voglio che i documenti siano resi pubblici. Voglio che vengano riesaminate le condanne contro chiunque sia stato accusato di appartenere ai Custodi. E voglio che nessun drago porti mai più un collare.»

Evandro annuì.

«Sarà fatto.»

Fuori dalla fortezza, un tuono attraversò le montagne.

Mira raggiunse il cortile.

La pioggia scendeva sugli uliveti, sui tetti di terracotta e sulle strade della capitale. Persone che non vedevano un temporale così intenso da anni uscivano dalle case e alzavano il viso verso il cielo.

Evandro la raggiunse.

Per un momento nessuno dei due parlò.

Poi il re tese lentamente la mano.

Mira la guardò.

Un uomo cresciuto senza poter essere abbracciato stava aspettando che fosse lei a decidere.

Mira intrecciò le dita alle sue.

Nessun fuoco.

Nessun dolore.

Soltanto il calore normale di un’altra persona.

Evandro chiuse gli occhi per un istante.

«Perché gli hai dato l’acqua?» domandò. «Sapevi che avresti potuto non sopravvivere.»

Mira osservò il piccolo drago aprire le ali sotto la pioggia.

«Perché qualcuno aveva deciso che la sua vita non valesse nulla. Quella mattina avevano deciso la stessa cosa della mia.»

Si voltò verso Evandro.

«Non volevo che l’ultima scelta della mia vita appartenesse ancora a loro.»

Nei mesi successivi, Mira non accettò né titoli né ricchezze. Aprì invece una Casa della Pioggia dove guaritori e studiosi poterono lavorare liberamente, mentre gli archivi sulla sua stirpe venivano finalmente ricostruiti.

Evandro abolì i decreti contro i Custodi e ordinò la distruzione dei collari rimasti.

Il marchio nero sul polso di Mira scomparve completamente. Rimase soltanto il piccolo sigillo argentato.

E ogni volta che qualcuno le chiedeva quando fosse iniziato il cambiamento, lei non parlava del re, della maledizione o del primo temporale nel deserto dopo un secolo.

Ricordava invece una borraccia quasi vuota, un cucciolo spaventato e una scelta compiuta quando nessuno la stava guardando.

Perché a volte ciò che cambia un regno non è il potere di una corona, ma la decisione di non lasciare che la crudeltà ricevuta stabilisca chi diventeremo.

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