Quando Chiara Bellini chiuse la porta della camera d’albergo, la prima cosa che fece fu appoggiare sul comodino la fotografia di Matteo. Suo figlio sorrideva davanti a una torta con quattro candeline, le guance sporche di cioccolato e il piccolo dinosauro verde stretto sotto il braccio. Quella fotografia apparteneva a un tempo che ormai sembrava distante anni, anche se era stata scattata soltanto pochi mesi prima.
Chiara si sedette sul bordo del letto senza togliersi il cappotto nero. Il silenzio della stanza era quasi doloroso. Fino a poche ore prima aveva creduto che il momento più devastante della sua vita fosse stato lasciare il cimitero dopo aver salutato Matteo. Non avrebbe mai immaginato che, tornando a casa, Lorenzo sarebbe riuscito ad aggiungere un altro tradimento al dolore.
«Hai due giorni per andartene da casa mia.»
Quelle parole continuavano a risuonarle nella testa.
Casa mia.
Fu proprio quel dettaglio a spingerla ad aprire la cartellina color avorio trovata nella valigia. Chiara estrasse il rogito originale, lo distese sul letto e lesse lentamente ogni riga. L’appartamento su due livelli alle porte di Bologna era stato acquistato da lei sette anni prima del matrimonio, usando una parte consistente dell’eredità lasciatale dalla nonna Teresa.
Il nome indicato nel documento era uno soltanto: Chiara Bellini.
Lorenzo non compariva da nessuna parte.
All’improvviso le tornarono in mente alcune conversazioni avvenute durante le ultime settimane trascorse accanto a Matteo in ospedale.
«Dove tieni i documenti importanti?» le aveva chiesto Lorenzo una sera.
Chiara, stanca e preoccupata, non aveva dato peso alla domanda.
«Nel mobile dello studio, credo. Perché?»
«Niente. Dovremmo semplicemente organizzarci meglio.»
Qualche giorno dopo aveva insistito di nuovo, questa volta chiedendole esplicitamente del rogito della casa.
Allora Chiara aveva pensato che fosse soltanto una delle strane fissazioni che nascevano quando una famiglia attraversava un periodo difficile.
Adesso non ne era più sicura.
Prese il telefono e chiamò Carlo Ferri, il notaio che aveva seguito anni prima alcune pratiche della sua famiglia. Era tardi, quindi lasciò un messaggio breve chiedendogli di contattarla appena possibile.
Alle otto e diciassette del mattino seguente, il telefono squillò.
«Chiara?»
La voce di Carlo era insolitamente seria.
«Sì.»
«Ho ascoltato il messaggio. Possiamo incontrarci stamattina?»
Chiara guardò la fotografia di Matteo.
«È successo qualcosa?»
Ci fu una breve pausa.
«Preferisco spiegartelo di persona. Porta con te il rogito originale.»
Il documento che non avrebbe dovuto esistere
Poco più di un’ora dopo Chiara entrò nello studio notarile nel centro di Bologna. Aveva dormito forse quaranta minuti. I capelli erano raccolti frettolosamente, il volto pallido e gli occhi ancora gonfi.
Carlo non perse tempo.
«Ieri pomeriggio è arrivata una richiesta preliminare collegata alla tua proprietà.»
Chiara strinse la cartellina tra le dita.
«Che tipo di richiesta?»
Il notaio ruotò il monitor verso di lei.
«Una verifica per una possibile operazione di vendita.»
Chiara rimase immobile.
«Io non sto vendendo la casa.»
«Lo immaginavo.»
Carlo le mostrò la copia di un documento. Il nome riportato era il suo. Anche la firma voleva assomigliare alla sua, ma Chiara la riconobbe immediatamente come falsa.
«Non ho firmato questo.»
«Lo so. E proprio perché alcune informazioni non coincidevano, la procedura si è fermata prima di arrivare a qualsiasi conseguenza.»
Chiara sentì un brivido attraversarle le braccia.
«Chi ha presentato questi documenti?»
Carlo esitò soltanto un istante.
«Sono stati consegnati tramite un intermediario che ha indicato tuo marito come referente.»
La stanza sembrò diventare improvvisamente più piccola.
Chiara si appoggiò allo schienale della sedia.
Lorenzo non l’aveva cacciata soltanto perché Valentina era incinta.
Quello era stato il colpo più crudele, ma non il vero motivo della fretta.
«C’è altro?» domandò.
Carlo annuì.
La documentazione preliminare faceva riferimento a un progetto immobiliare che Lorenzo stava tentando di finanziare insieme a un conoscente. La casa di Chiara avrebbe dovuto diventare la base economica dell’operazione. Secondo ciò che Lorenzo aveva raccontato, l’immobile sarebbe stato presto disponibile per la vendita.
«Ma non poteva farlo senza di me.»
«No», rispose Carlo. «Ed è precisamente il motivo per cui è importante che tu protegga subito la documentazione e formalizzi la tua posizione.»
Per diversi secondi Chiara non disse nulla.
Pensò alle ore trascorse nella stanza di Matteo, ai monitor dell’ospedale, alle notti in cui Lorenzo era uscito dicendo di avere bisogno di aria. Pensò a Valentina che le portava il caffè, che la abbracciava, che le diceva di resistere.
E mentre Chiara cercava soltanto di restare accanto a suo figlio, qualcun altro stava apparentemente progettando un futuro costruito sulle sue spalle.
Il telefono vibrò.
Era Lorenzo.
Dove hai messo il rogito della casa?
Chiara fissò il messaggio.
Un minuto dopo ne arrivò un altro.
Dobbiamo parlare. È urgente.
Quella parola quasi la fece sorridere, ma non c’era nulla di divertente.
La sera precedente Lorenzo le aveva detto che la sua vita non lo riguardava più.
Ora improvvisamente tutto era urgente.
La telefonata di Valentina
Chiara trascorse il resto della mattinata occupandosi delle procedure necessarie con l’assistenza di Carlo. Non cercava vendetta. Non aveva nemmeno l’energia per provarla. Voleva soltanto impedire che qualcuno prendesse decisioni sulla sua proprietà mentre lei attraversava il momento più fragile della propria esistenza.
Alle quattordici e venti arrivò una chiamata che non si aspettava.
Valentina.
Chiara esitò prima di rispondere.
«Cosa vuoi?»
Dall’altra parte sentì un respiro spezzato.
«Chiara, Lorenzo mi ha mentito.»
«Questa dovrebbe essere una sorpresa?»
«Mi aveva detto che la casa era sua.»
Chiara chiuse gli occhi.
Valentina continuò rapidamente, come se avesse paura che lei riattaccasse.
«Diceva che l’avrebbe venduta. Mi aveva parlato di un investimento, di una nuova casa, di un futuro insieme. Non sapevo che appartenesse soltanto a te.»
«Sapevi però che era mio marito.»
Questa volta il silenzio durò più a lungo.
«Sì.»
Chiara sentì una fitta profonda, ma non urlò.
«Allora non provare a trasformarti nella vittima della storia.»
«Non lo sto facendo.»
Valentina cominciò a piangere piano.
«Voglio solo dirti che stamattina Lorenzo è impazzito quando ha capito che il rogito non era più nello studio. Continuava a dire che senza quel documento avrebbe perso tutto.»
Chiara guardò la fotografia di Matteo che aveva portato con sé.
In quel momento comprese pienamente la situazione.
Lorenzo aveva aspettato il giorno peggiore possibile per mandarla via, probabilmente convinto che il dolore l’avrebbe resa incapace di controllare qualsiasi dettaglio pratico.
Ma si era sbagliato.
Il ritorno
Quella sera Chiara tornò davanti alla casa accompagnata da una persona di fiducia incaricata di assisterla nelle questioni pratiche. Non voleva scenate. Voleva prendere alcune cose di Matteo e comunicare a Lorenzo che da quel momento ogni questione relativa all’immobile sarebbe passata attraverso professionisti.
Lorenzo aprì la porta prima ancora che lei bussasse.
«Finalmente.»
Sembrava diverso dall’uomo freddo della sera precedente. Adesso era agitato.
«Dove sono i documenti?»
Chiara lo guardò con calma.
«Al sicuro.»
«Non puoi fare questo, Chiara. Avevamo dei piani.»
«Tu avevi dei piani.»
«Ascoltami almeno.»
«Ieri mi hai detto di andarmene da casa mia poche ore dopo il funerale di nostro figlio.»
Lorenzo abbassò lo sguardo.
«E oggi scopro che qualcuno ha cercato di utilizzare la mia proprietà senza la mia autorizzazione. Non c’è più niente da discutere tra noi senza assistenza professionale.»
Lorenzo impallidì.
«Hai parlato con Ferri?»
Quella domanda fu la conferma che a Chiara serviva.
Non rispose.
Entrò soltanto per pochi minuti. Nella cameretta di Matteo prese una scatola di disegni, due libri illustrati e il piccolo camion dei pompieri rosso che suo figlio teneva vicino al letto.
Prima di uscire si fermò davanti al frigorifero.
Il dinosauro verde disegnato da Matteo era ancora lì, fissato con un pezzetto di nastro blu.
Chiara lo staccò con estrema attenzione.
Quella casa poteva essere venduta un giorno. Oppure poteva restare sua. Non doveva deciderlo quella sera.
Per la prima volta comprese che proteggere ciò che Matteo aveva lasciato non significava vivere per sempre tra le sue stanze. Significava impedire che il dolore diventasse uno strumento nelle mani di qualcun altro.
Uscì senza voltarsi.
Nel parcheggio rimase qualche secondo accanto all’auto, stringendo il disegno contro il petto.
«Non so ancora come si fa senza di te», sussurrò pensando a suo figlio. «Ma proverò a farlo bene.»
Il dolore non diminuì improvvisamente. Non ci fu nessuna vittoria capace di cancellare l’assenza di Matteo. Esisteva però una differenza fondamentale tra il giorno precedente e quella sera: Chiara aveva ricominciato a scegliere per se stessa.
E mentre lasciava alle spalle quella casa, capì che Lorenzo aveva commesso il suo errore più grande proprio quando l’aveva considerata troppo distrutta per accorgersi della verità.





