Alle 2:14 di quella notte, il Treno 417 correva attraverso le montagne con ottantasei passeggeri addormentati nelle carrozze. Elena Rossi controllava gli strumenti quando tutti gli schermi diventarono neri. Non ci fu un guasto graduale, nessun avvertimento: semplicemente, ogni collegamento scomparve nello stesso istante.
Elena provò la centrale ferroviaria, il GPS e il canale di emergenza. Nulla. Anche il sistema di comunicazione principale mostrava soltanto un messaggio: nessuna connessione centrale.
Nel locomotore, Marco Bianchi ridusse immediatamente la velocità. Era un macchinista esperto, abituato ai temporali alpini e ai problemi tecnici, ma quella volta la sua voce aveva una tensione insolita.
«Elena, i segnali esterni sono verdi.»
Lei guardò attraverso il vetro. La pioggia cadeva fitta, illuminata dai fari del treno. Le montagne sembravano pareti nere oltre i binari.
«Rallenta comunque», disse. «Qualcosa non torna.»
Elena raggiunse il vecchio apparecchio radio di emergenza, un dispositivo analogico che quasi nessuno usava più. Girò lentamente la manopola. Per alcuni secondi sentì soltanto fruscii.
Poi arrivò una voce.
«Treno 417.»
Elena rimase immobile.
«Identificarsi», ordinò.
La voce rispose con difficoltà, come se provenisse da molto lontano.
«Non fermarti in una stazione vuota.»
Elena aggrottò la fronte.
«Chi parla?»
«Non fermarti dove nessuno sta aspettando.»
La comunicazione si interruppe.
Pochi minuti dopo, Marco vide le luci di una stazione. Non era prevista sulla loro tratta. Una piccola piattaforma apparve nella pioggia, circondata da edifici scuri e montagne. Sul cartello si leggeva San Lucio.
«Conosci questa stazione?» chiese Marco.
«No», rispose Elena. «E questo è il problema.»
Il segnale esterno era verde. Sul pannello interno del locomotore, invece, appariva un ordine di arresto. Marco esitò. Elena gli disse di continuare, ma la frenata era già iniziata.
Il Treno 417 si fermò.
Per qualche secondo non successe niente.
Poi le luci dell’ultima carrozza si spensero.
Elena corse verso il fondo del convoglio. Sentì i passeggeri svegliarsi e chiedere spiegazioni. Quando arrivò alla connessione con l’ultima carrozza, trovò qualcosa di impossibile: il vagone si era separato dal resto del treno.
Nove persone erano rimaste indietro.
Elena chiamò attraverso la radio, ma non ricevette risposta. Guardò oltre la pioggia e vide le finestre illuminate della carrozza ferma sulla piattaforma. Le sagome dei passeggeri erano ancora sedute.
Poi una di loro girò lentamente la testa.
Tutte le luci si spensero.
La radio crepitò.
«Una carrozza per ogni stazione vuota.»
Elena tornò verso Marco senza sapere cosa dire.
La mappa digitale ricomparve improvvisamente. Ma non mostrava più la linea verso Innsbruck e Vienna. Indicava invece una vecchia tratta ferroviaria chiusa sedici anni prima.
San Lucio. Monte Ferro. Valnera. Belladonna.
Elena conosceva quei nomi.
Erano collegati alla notte che aveva cambiato la sua vita.
Sedici anni prima, sua sorella Sofia era scomparsa durante un incidente ferroviario sulla vecchia linea Nord-12. Elena aveva passato anni cercando una spiegazione, ripetendo nella propria mente ogni dettaglio dell’ultima conversazione avuta con lei.
Adesso il treno stava seguendo proprio quella linea.
«Questa tratta non esiste più», disse Marco.
Elena fissò la mappa.
«Forse per noi sì.»
La stazione successiva era Monte Ferro.
Questa volta una persona aspettava sulla piattaforma.
Un uomo anziano con un cappotto beige.
Quando i passeggeri lo videro, un uomo di nome Paolo Conti impallidì. Si avvicinò al finestrino come se avesse dimenticato di respirare.
«È mio padre.»
Paolo raccontò che Vittorio Conti era morto molti anni prima. Eppure l’uomo sulla piattaforma aveva lo stesso volto, la stessa postura e perfino lo stesso modo di guardare.
La radio pronunciò una sola frase:
«Identità confermata.»
Il treno si fermò.
Vittorio salì.
Paolo non riuscì a muoversi.
«Papà?»
L’uomo sorrise.
«Hai finalmente smesso di fumare.»
Paolo scoppiò a piangere. Nessun altro aveva saputo della sua promessa, fatta in silenzio dopo la morte del padre.
Quando il treno ripartì, Elena controllò il livello del carburante. Era diminuito.
Non aveva senso.
La stessa cosa accadde alla stazione successiva. Una giovane donna riconobbe sulla piattaforma il figlio che aveva perso anni prima. Poi un altro passeggero vide un vecchio collega. Ogni volta, il treno doveva decidere se fermarsi.
Ogni volta che qualcuno riconosceva la persona in attesa, una parte del viaggio sembrava trovare il proprio significato.
Ma il carburante continuava a diminuire.
La paura si diffuse tra i passeggeri. Alcuni volevano attraversare tutte le stazioni senza fermarsi. Altri sostenevano che avrebbero dovuto seguire la voce della radio.
Elena li ascoltò senza interromperli.
Poi disse: «Non sappiamo ancora cosa ci chiede questo viaggio. Ma sappiamo una cosa: fermarci senza capire ci è già costato una carrozza.»
Nessuno replicò.
Poco dopo apparve il cartello più difficile da leggere.
Belladonna Est.
Elena sentì le gambe diventare pesanti.
Era il luogo da cui Sofia era partita sedici anni prima.
Sotto una lampada gialla, nella pioggia, c’era una donna con un lungo cappotto rosso.
Elena riconobbe il cappotto prima ancora del volto.
Era stato il regalo per il ventottesimo compleanno di Sofia.
Marco la guardò.
«Elena…»
Lei non rispose.
La donna sulla piattaforma alzò lentamente una mano.
Elena sentì tornare alla mente una quantità di ricordi che aveva cercato di seppellire: le risate di sua sorella in cucina, le telefonate notturne, una discussione sciocca finita con una porta chiusa troppo forte, e soprattutto l’ultima volta in cui Elena aveva pensato di poterla chiamare il giorno dopo.
Non c’era stato un giorno dopo.
La radio si accese.
«Dichiara il nome.»
Elena chiuse gli occhi.
«Sofia Rossi.»
Per alcuni secondi ci fu soltanto il rumore della pioggia.
Poi la voce rispose:
«Identità confermata.»
Il treno si fermò.
Elena aprì la porta.
Sofia era lì.
Non sembrava un’immagine irreale. Non sembrava una memoria. Sembrava semplicemente sua sorella, ferma sotto una luce troppo gialla, con il viso calmo e gli occhi pieni di qualcosa che Elena non riusciva a nominare.
«Sei tu?» chiese Elena.
Sofia annuì.
«Sono io.»
Elena fece un passo sulla piattaforma.
«Ti ho cercata per sedici anni.»
«Lo so.»
Quelle due parole furono più dolorose di qualsiasi spiegazione.
«Ho pensato che avrei dovuto fare qualcosa.»
Sofia scosse lentamente la testa.
«Non potevi cambiare quella notte.»
Elena abbassò lo sguardo.





