Per alcuni interminabili secondi nessuno nella Sala del Tesoro di Valdoria riuscì a muoversi. Il grande rubino incastonato nella Corona del Drago continuava a pulsare sotto le dita di Luca, diffondendo sul marmo una luce rossa e calda. Non sembrava una minaccia. Sembrava un cuore che aveva ricominciato a battere dopo un sonno durato vent’anni.
Re Aldo fissava il bambino. Poco prima aveva visto sul suo polso un piccolo simbolo a forma di ala intrecciata a una fiamma. Conosceva quel segno. Serafina lo aveva nello stesso punto.
«Allontanati dalla corona!» ordinò l’arcimago Malachia.
Luca si voltò di scatto. Per la prima volta da quando era entrato nella sala, sul suo viso comparve qualcosa di simile alla paura.
«Non volevo romperla.»
«Romperla?» Malachia avanzò stringendo il bastone. «Hai profanato una reliquia reale.»
«Basta.»
La voce del re non fu forte, ma fermò tutti.
Aldo scese lentamente i tre gradini davanti al suo seggio cerimoniale. Aveva aspettato vent’anni per vedere quella pietra illuminarsi di nuovo. Aveva convocato studiosi da ogni provincia, aperto biblioteche dimenticate e permesso ai migliori maghi del regno di esaminare la corona. Nessuno aveva ottenuto neppure una scintilla.
Adesso un bambino arrivato scalzo dalla strada l’aveva risvegliata con un dito.
«Luca», disse il sovrano, «fammi vedere il polso.»
Il bambino nascose istintivamente la mano dietro la schiena.
«Perché?»
«Perché conosco quel simbolo.»
Luca esitò. Poi sollevò lentamente la manica.
Un mormorio attraversò i nobili.
Il marchio era chiarissimo.
Il re chiuse gli occhi per un istante. Ricordò Serafina affacciata a una terrazza durante un’estate lontana, mentre rideva perché lui le aveva chiesto perché nascondesse sempre il polso sotto lunghi guanti di seta.
È soltanto un vecchio segno della famiglia di mia madre.
Allora quella risposta non gli era sembrata importante.
Adesso poteva cambiare ogni cosa.
Il ricordo nascosto nella corona
Malachia ruppe il silenzio. «Un marchio può essere imitato, Maestà. Dobbiamo interrogare il ragazzo.»
«Sono qui», protestò Luca. «Potete chiedermelo direttamente.»
Alcuni cortigiani abbassarono lo sguardo per nascondere un sorriso nervoso.
Aldo invece si inginocchiò davanti al bambino.
«Chi ti ha cresciuto?»
«Una donna di nome Bianca. Vivevamo vicino a un piccolo paese sulle colline.»
«Era tua madre?»
Luca scosse la testa.
«Diceva che mia madre aveva dovuto partire. Prima di morire, Bianca mi ha consegnato questo.»
Da sotto la camicia estrasse una sottile catenina. Vi era appeso un minuscolo medaglione d’argento.
Il volto del re cambiò.
Aldo conosceva anche quello.
Lo aveva regalato a Serafina durante il loro primo inverno insieme.
Malachia fece un passo avanti, ma proprio allora la Corona del Drago emanò una luce più intensa. Luca si voltò verso il piedistallo.
«Sta facendo di nuovo quella cosa.»
«Quale cosa?» domandò il capitano delle guardie.
«Mi chiama.»
Luca posò entrambe le mani sull’oro.
La luce riempì la sala.
Sopra il piedistallo apparve lentamente la figura trasparente di una donna.
Re Aldo perse il colore dal volto.
«Serafina…»
Era lei.
Non una persona in carne e ossa, ma un ricordo conservato dalla magia della corona. La regina appariva più giovane. Teneva fra le braccia un neonato avvolto in una coperta chiara.
La sua voce risuonò dolcemente nella sala.
«Se questa memoria si è aperta, significa che mio figlio è finalmente arrivato alla corona.»
Luca lasciò andare il piedistallo come se lo avesse scottato.
«Suo figlio?» sussurrò.
Il re non riuscì a rispondere.
Serafina continuò a parlare.
Spiegò di aver scoperto, poco prima della propria scomparsa, che qualcuno all’interno della corte stava cercando di manipolare la successione. Non conosceva ancora tutti i responsabili e non aveva prove sufficienti per accusare nessuno apertamente. Per questo aveva affidato il bambino a una persona fidata e aveva sigillato nella corona un messaggio destinato al giorno del suo ritorno.
«Non trasformate la paura in vendetta», diceva il ricordo. «La verità completa si trova dove nessuno avrebbe pensato di cercarla: negli archivi della torre orientale.»
Poi Serafina guardò verso il neonato che teneva fra le braccia.
«E se sei tu ad ascoltarmi, piccolo mio, sappi soltanto questo: non sei stato abbandonato.»
L’immagine scomparve.
Luca rimase immobile.
Una lacrima gli scese sulla guancia, ma la asciugò immediatamente con la manica.
La porta rimasta chiusa per vent’anni
Quella stessa sera il re fece aprire la torre orientale.
Non ordinò arresti e non pronunciò accuse. Serafina aveva chiesto verità, non vendetta, e Aldo decise di rispettare quelle parole.
Luca camminava accanto a lui lungo una scala a chiocciola illuminata da piccole lampade. Dietro di loro venivano il capitano delle guardie, due archivisti e Malachia.
«Quindi voi potreste essere…» Luca si interruppe.
«Tuo padre?» completò Aldo.
Il bambino annuì.
Il re inspirò lentamente.
«Potrei. Ma non ti chiederò di crederci soltanto perché porto una corona.»
Quella risposta sembrò sorprendere Luca.
«I re non possono ordinare alle persone di credergli?»
«Possono provarci. È uno dei modi più veloci per diventare pessimi re.»
Per la prima volta Luca sorrise.
In cima alla torre trovarono una porta ricoperta di polvere. Dietro c’era un archivio che nessuno apriva dalla notte della scomparsa di Serafina.
Gli archivisti lavorarono per ore.
Trovarono registri, lettere e testimonianze sigillate. Non indicavano un unico colpevole, come molti si aspettavano. Mostravano invece una rete di rivalità, informazioni manipolate e decisioni prese nel panico. Alcune persone nominate nei documenti erano morte da anni. Altre avevano lasciato la corte.
E una scoperta sorprese tutti.
Malachia non era l’artefice della scomparsa.
Il vecchio arcimago sedeva in silenzio quando un archivista trovò una lettera scritta da Serafina.
Malachia aveva cercato segretamente di aiutarla, ma la regina non gli aveva rivelato dove avrebbe nascosto il bambino per evitare che quella conoscenza potesse essergli strappata.
«Per vent’anni ho creduto che fosse morta pensando che avessi fallito», mormorò l’uomo.
Luca lo osservò a lungo.
«Per questo eravate così arrabbiato con me?»
Malachia abbassò gli occhi.
«No. Ero arrabbiato con un ricordo. Tu eri semplicemente la persona più facile contro cui rivolgerlo.»
«Non è molto giusto.»
«No», ammise l’arcimago. «Non lo è.»
Ciò che Luca chiese al re
All’alba, Aldo e Luca uscirono sulla terrazza della torre.
Sotto di loro, i tetti della capitale cominciavano a illuminarsi. Le campane delle botteghe suonavano in lontananza e il cielo sopra le colline diventava color pesca.
Il re aveva finalmente abbastanza documenti per confermare ciò che il cuore aveva intuito nella Sala del Tesoro.
Luca era suo figlio.
Eppure Aldo non sapeva quale sarebbe stata la prima domanda del bambino.
Non fu: Diventerò principe?
Non fu: La corona sarà mia?
Luca guardò semplicemente l’orizzonte.
«Possiamo cercare mia madre?»
Aldo sentì quelle parole più profondamente di qualsiasi proclamazione reale.
I documenti non dimostravano che Serafina fosse ancora viva, ma nemmeno che fosse morta. L’ultima lettera era stata inviata anni dopo la sua presunta scomparsa da una località sconosciuta oltre le montagne.
Esisteva ancora una traccia.
«Sì», rispose Aldo. «La cercheremo.»
Luca lo fissò.
«Insieme?»
Il re annuì.
Il bambino rimase incerto ancora qualche secondo, poi infilò la propria piccola mano in quella del sovrano.
Quando tornarono nella Sala del Tesoro, la Corona del Drago era ancora illuminata.
Ma Aldo non la guardò.
Per vent’anni aveva creduto che il più grande mistero della sua vita fosse capire perché una corona avesse smesso di brillare. Ora comprendeva che aveva posto la domanda sbagliata.
La corona non stava aspettando un sovrano abbastanza potente.
Stava aspettando che un bambino tornasse a casa.
E mentre Luca attraversava nuovamente le porte incantate, questa volta tenendo la mano di suo padre, Aldo capì che il vero viaggio non era terminato nella Sala del Tesoro.
Era appena cominciato.





