Quando il duca Alessandro Cavalli arrivò davanti al palazzo dei Bellini, il cielo di Milano aveva il colore chiaro dell’autunno e le foglie dei tigli correvano lungo i marciapiedi spinte da un vento sottile. Era tornato da poche settimane dalla campagna militare, ma aveva già scoperto che sopravvivere era stato soltanto il primo problema. Il secondo era capire cosa fare della vita che gli era rimasta.

Nella carrozza, accanto a lui, c’era una piccola scatola di legno.

Dentro riposavano dodici lettere sigillate con cera rossa.

Alessandro le aveva trasportate attraverso strade fangose, locande fredde e confini sorvegliati. Avrebbe potuto affidarle a un corriere. Sarebbe stato più semplice. Più rispettabile.

Ma dopo averle lette tutte, non aveva più il diritto di scegliere la soluzione semplice.

Il maggiordomo del palazzo lo fece attendere nell’atrio mentre annunciava il suo nome. Alessandro osservò le pareti decorate, il pavimento di marmo e le alte finestre illuminate dal sole. Sembrava un mondo lontanissimo dalle tende bagnate, dai cavalli spaventati e dalle notti trascorse ad ascoltare uomini che cercavano di non mostrare la propria paura.

Poi sentì dei passi.

Aurora Bellini comparve sulla soglia.

Era diversa da come l’aveva immaginata.

Nelle lettere era ironica, tagliente, quasi feroce. La donna davanti a lui aveva invece una calma controllata. Indossava un semplice abito color prugna, i capelli scuri raccolti senza eccessive decorazioni. Solo gli occhi corrispondevano perfettamente alla voce che Alessandro aveva imparato a conoscere attraverso l’inchiostro: vigili, intelligenti, difficili da ingannare.

«Vostra Grazia.»

Alessandro chinò appena il capo.

«Signorina Bellini.»

Aurora attese una spiegazione.

Lui appoggiò la scatola sul tavolo di marmo e sollevò il coperchio.

Il cambiamento nel volto di lei fu immediato.

Dodici buste.

Dodici sigilli rossi.

Dodici lettere che Aurora credeva disperse da qualche parte in Europa.

Fece un passo avanti.

«Dove le avete trovate?»

Alessandro aveva preparato quella conversazione per giorni. Ora ogni frase gli sembrava insufficiente.

«Appartenevano al caporale Tommaso Riva.»

Aurora guardò la scatola, poi lui.

«Appartenevano?»

Quella singola parola trasformò immediatamente l’aria della stanza.

Alessandro inspirò lentamente.

«È morto durante la campagna. Una febbre. Non durante una battaglia.»

Aurora abbassò gli occhi.

Non aveva mai incontrato Tommaso. Non conosceva il suo volto, la sua famiglia o la sua voce. Eppure aveva scritto per mesi pensando che dall’altra parte esistesse qualcuno capace di ricevere quelle parole.

«Le aveva lette?» domandò.

Alessandro sentì il momento che aveva temuto arrivare.

«No.»

Aurora alzò lentamente lo sguardo.

«Perché?»

«Non sapeva leggere.»

Lei rimase immobile.

Alessandro spiegò che il giovane aveva conservato ogni lettera dentro un pezzo di tela cerata per proteggerla dalla pioggia. Probabilmente aspettava di trovare un compagno disposto ad aiutarlo. Quel momento, però, non era mai arrivato.

Aurora sfiorò una delle buste con la punta delle dita.

«Allora come sapete cosa contengono?»

Il silenzio successivo fu abbastanza lungo da diventare una risposta.

Alessandro prese dalla tasca interna della giacca una lettera consumata lungo le pieghe.

L’ultima.

«Le ho lette io.»

Aurora lo fissò.

«Avete fatto cosa?»

«Le ho aperte.»

«Quante?»

Alessandro non distolse lo sguardo.

«Tutte.»

Aurora fece un passo indietro.

Per alcuni secondi non disse nulla. Poi una risata breve, priva di divertimento, le sfuggì dalle labbra.

«Straordinario.»

«So che non avevo il diritto.»

«No, infatti.»

«Non cercherò di giustificarmi.»

«Eppure siete venuto fin qui.»

«Proprio perché non posso giustificarmi.»

Quella risposta la fermò.

Le lettere che nessuno doveva leggere

Aurora si voltò verso la finestra. Milano si muoveva normalmente dietro i vetri: carrozze, commercianti, servitori, donne con ombrellini chiari. Il mondo sembrava irritantemente tranquillo.

Per mesi aveva scritto al caporale Riva perché era uno sconosciuto. Era stato proprio il suo anonimato a renderlo sicuro.

Gli aveva confessato quanto detestasse le conversazioni costruite per impressionare persone che non stimava. Gli aveva raccontato di Edoardo, suo fratello, morto lontano da casa. Aveva descritto la rabbia provata quando uomini che non avevano mai visto un campo di battaglia brindavano alla gloria militare durante le cene.

Aveva persino ammesso di temere che nessuno avrebbe mai potuto amarla senza voler prima correggerla.

E un duca aveva letto tutto.

«Sapete cosa avete fatto?» chiese.

«Sì.»

«No. Credo di no.»

Aurora si voltò.

«Quelle erano parole che non avrei detto a nessuno qui. Non a mia madre. Non alle mie amiche. Non a un uomo che sperava di sposarmi.»

Alessandro strinse la lettera tra le dita.

«Lo so.»

«E continuavate ad aprirle?»

Quella domanda faceva più male delle altre.

«Sì.»

«Perché?»

Alessandro esitò.

Questa volta non poteva nascondersi dietro l’etichetta.

«Perché ero stanco di persone che parlavano come se la guerra fosse una rappresentazione teatrale. I vostri fogli erano l’unica cosa che non sembrava falsa.»

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