Pyotr tornò a Sosnovka due giorni dopo con una sensazione che non riusciva a definire. Non era entusiasmo, e nemmeno semplice curiosità. Era qualcosa di più scomodo: la consapevolezza di aver visto la paura negli occhi di Anna e di aver reagito esattamente come lei si aspettava.

Quella volta non comprò fiori costosi né regali. Portò soltanto una scatola di tè nero, due panini avvolti nella carta e un piccolo sacchetto di biscotti al miele.

Quando Anna aprì la porta, rimase a guardarlo senza invitarlo subito a entrare.

«Sei tornato davvero.»

«Avevo detto che sarei tornato.»

«La gente dice molte cose quando vuole sentirsi migliore.»

Pyotr abbassò lo sguardo verso il sacchetto.

«Allora oggi non dirò niente di importante.»

Anna sollevò un sopracciglio.

«E cosa farai?»

«Berremo il tè. Se vorrai mandarmi via, me ne andrò.»

Dopo qualche secondo lei si spostò dalla porta.

Quell’incontro fu diverso dal precedente. Anna non indossava il cappotto, anche se teneva sulle spalle un vecchio scialle grigio. Pyotr notò la curva della sua schiena, ma questa volta non distolse gli occhi con imbarazzo. Guardò invece la macchina da cucire, le forbici, i rocchetti colorati e il vestito ancora incompleto appeso vicino alla finestra.

«È tuo?» domandò.

Anna seguì il suo sguardo.

«No. Una cliente deve andare al matrimonio della figlia. Non poteva permettersi un vestito nuovo, quindi sto trasformando quello che aveva.»

Pyotr si avvicinò senza toccarlo.

«Sembra nuovo.»

Anna sorrise appena.

«Questo è il mio lavoro. Far sembrare possibile ciò che gli altri hanno già deciso di buttare via.»

La frase rimase sospesa tra loro.

Pyotr capì che non stava parlando soltanto dei vestiti.

Una seconda possibilità senza promesse

Cominciò a tornare ogni pochi giorni.

A volte portava qualcosa da mangiare. Altre volte arrivava a mani vuote. Anna continuava a mostrarsi diffidente, ma lentamente gli permise di entrare nella sua routine.

Pyotr scoprì che lavorava fino a tarda sera perché molte clienti la pagavano poco. Alcune lasciavano i vestiti davanti alla porta per evitare di fermarsi a parlare. Anna fingeva che non le importasse, ma lui imparò presto a riconoscere il modo in cui stringeva le labbra quando una telefonata la feriva.

Anna, invece, scoprì che Pyotr aveva trascorso cinque anni vivendo come se il tempo si fosse fermato.

Lavorava in un magazzino, tornava a casa, preparava una cena semplice e accendeva la televisione senza guardarla davvero. Conservava ancora una tazza di Inna nella credenza e non permetteva a nessuno di usarla.

Una sera Anna gli chiese:

«Perché non ti sei risposato?»

Pyotr rimase in silenzio.

«Non volevo.»

«Oppure avevi paura?»

Lui la guardò.

«Forse entrambe le cose.»

Anna abbassò gli occhi sulla cucitura che stava sistemando.

«La paura è comoda. Ti permette di dire che non vuoi qualcosa quando in realtà temi soltanto di perderla di nuovo.»

Pyotr sorrise amaramente.

«Tu sembri conoscerla bene.»

«Io conosco soprattutto il rifiuto.»

Quella sera, per la prima volta, Anna gli raccontò qualcosa del proprio passato.

Da ragazza aveva imparato a cucire da sua zia Liza. A scuola era stata spesso esclusa. Da adulta aveva accettato alcuni appuntamenti, ma quasi tutti erano finiti nello stesso modo: uomini inizialmente gentili che cambiavano atteggiamento quando capivano che la deformazione della schiena era più evidente di quanto immaginassero.

«Uno mi disse che ero simpatica», raccontò senza guardarlo, «ma che non voleva passare il resto della vita a spiegare agli amici perché aveva scelto me.»

Pyotr sentì la rabbia salire.

«Era un idiota.»

Anna fece una piccola risata.

«Forse. Ma quando senti la stessa cosa abbastanza volte, smetti di chiederti se sono gli altri a sbagliare.»

Pyotr non provò a consolarla con frasi vuote.

Rimase semplicemente seduto accanto a lei.

La domanda che Pyotr temeva

Passarono alcune settimane.

Un pomeriggio camminavano lungo una strada coperta di foglie quando Anna si fermò improvvisamente.

«Devo chiederti una cosa.»

«Dimmi.»

«Quando mi guardi, vedi me o Inna?»

Pyotr non rispose subito.

Era la domanda che aveva evitato perfino dentro di sé.

«All’inizio vedevo lei», ammise. «Il modo in cui muovevi la mano. Come inclinavi la testa. Ho seguito quel ricordo perché mi mancava qualcosa che pensavo di non poter più ritrovare.»

Anna impallidì leggermente.

«Lo sapevo.»

«Aspetta.»

Pyotr fece un passo verso di lei.

«Poi ho cominciato a conoscere te. Ho scoperto che odi il tè troppo dolce, che sistemi le tende delle vicine anche quando non ti pagano, che fai finta di non aver bisogno di nessuno e che diventi furiosa quando qualcuno sposta le tue forbici.»

Anna lo fissò.

«Inna non era così?»

«No. E finalmente questa cosa non mi spaventa.»

Per la prima volta Anna non trovò una risposta pronta.

Continuarono a camminare fianco a fianco, senza toccarsi, ma qualcosa era cambiato.

L’incontro con Tamara

Qualche giorno dopo Pyotr invitò Anna a cena a casa sua.

«Tua sorella mi odierà», disse Anna.

«Tamara odia soprattutto il silenzio. Preparati a rispondere a cinquanta domande.»

Quando arrivarono, Tamara aprì la porta prima ancora che Pyotr potesse bussare.

Il suo sorriso si interruppe per un istante quando vide Anna.

Fu un’esitazione breve, ma Anna la notò.

Pyotr anche.

«Tamara, lei è Anna.»

Sua sorella recuperò subito il sorriso.

«Finalmente. Pensavo che Petya ti avesse inventata per impedirmi di organizzargli altri appuntamenti.»

Anna rise nervosamente.

Durante la cena Tamara parlò quasi senza respirare. Raccontò dei vicini, della spesa, del lavoro e infine mostrò ad Anna una tenda che cercava inutilmente di accorciare da mesi.

Anna la osservò.

«Hai tagliato questa parte?»

Tamara arrossì.

«Ho provato.»

«Hai commesso un crimine contro il tessuto.»

Per un secondo ci fu silenzio.

Poi Tamara scoppiò a ridere.

«Allora dovrai tornare e salvarla.»

Più tardi, mentre Pyotr accompagnava Anna alla stazione, lei camminava lentamente.

«Sai qual è stata la cosa più strana?»

«Cosa?»

«Ho passato tutta la sera aspettando che tua sorella dicesse qualcosa sulla mia schiena.»

Pyotr rimase serio.

«E invece?»

Anna sorrise.

«Invece mi ha dato due fette di torta e mi ha affidato una tenda distrutta.»

Pyotr rise.

«È praticamente una dichiarazione d’amore, per Tamara.»

Il ricordo trovò finalmente il suo posto

Con l’arrivo dell’autunno, Pyotr iniziò a capire qualcosa che per cinque anni aveva rifiutato.

Andare avanti non significava tradire Inna.

Il ricordo di sua moglie poteva restare importante senza occupare tutto lo spazio disponibile nella sua vita.

Un pomeriggio aprì la credenza e prese la vecchia tazza che nessuno aveva usato per anni.

La lavò.

Poi la mise insieme alle altre.

Non provò colpa.

Provò tristezza, certamente, ma una tristezza diversa. Più morbida.

Anna affrontava un cambiamento simile.

Un giorno Pyotr arrivò nel suo appartamento e si rese conto che il cappotto non era più appeso alla sedia accanto all’ingresso.

«Dov’è la tua armatura?» domandò.

Anna capì subito.

«Nell’armadio.»

«Definitivamente?»

Lei sollevò le spalle.

«Non lo so. Magari domani avrò di nuovo paura.»

Pyotr annuì.

«Allora domani avrai paura. Non significa che devi tornare indietro.»

Anna lo guardò a lungo.

Quella sera non parlarono più dell’argomento.

Qualche settimana dopo presero insieme lo stesso treno sul quale si erano incontrati.

Il vagone attraversò uno scambio e sobbalzò.

Anna sollevò istintivamente la mano alla tempia e infilò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

Pyotr sorrise.

Lei se ne accorse immediatamente.

«Ancora Inna?» domandò piano.

Pyotr scosse la testa.

«No.»

Anna lo osservò, quasi timorosa di credere alla risposta.

«Allora perché sorridi?»

Pyotr le prese delicatamente la mano.

«Perché stavolta eri soltanto tu.»

Anna abbassò lo sguardo sulle loro dita intrecciate.

Per anni aveva creduto che qualcuno avrebbe potuto sceglierla soltanto ignorando ciò che lei considerava un difetto. Pyotr, invece, stava imparando che amare una persona non significava trasformarla nel ricordo di qualcun altro.

Nessuno dei due era stato salvato.

Si erano semplicemente incontrati nel momento in cui entrambi erano finalmente pronti a smettere di nascondersi.

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